CENE VINOSE

Le Cene Vinose nascono dalla voglia di parlare di vino attraverso i racconti di chi lo produce o ruota intorno a questo mondo. L’idea è nata da una felice intuizione di Alessandra Castelli e Federico Almondo, amici e collaboratori di Battaglino da molto tempo. A quest’ultimo è affidata anche la regia della serata, con domande e spunti sempre interessanti e stimolantI.
Come funzionano: agli ospiti viene chiesto di portare i loro vini del cuore, normalmente tre – uno di loro produzione (se si tratta di produttori) e gli altri due che abbiano un significato particolare per loro – che vengono abbinati ai nostri piatti. Facciamo sedere intorno ad un grande tavolo amici produttori e chiunque abbia la voglia e l’interesse di esserci per condividere una cena in cui il vino è protagonista. 
Il tutto si traduce in una serata conviviale durante la quale si ha la possibilità di parlare e di bere del buon vino con chi lo vive in prima persona e chi ne è appassionato assaggiando la nostra cucina.

STORIE DI VINO

Cena N.2 : La sensibilità e la creatività del Trentino
Theo Zierock, dell’az. agricola Elisabetta Foradori

“Al Battaglino la richiesta per la degustazione è stata molto più interessante del solito: due vini del cuore e due vini propri.
Noi produciamo principalmente Teroldego e questa è sempre stata la nostra battaglia: generare interesse per salvare una verità storica, che la valle dell’Adige è una zona di varietà a bacca rossa. I “bianchi del Trentino” sono stati una trovata intelligente per inondare il mercato italiano, ma questo processo iniziò nel secondo dopoguerra.
Morei e Foradori sono due interpretazioni opposte della stessa varietà. Il Foradori è un assemblaggio di vigneti sparsi nella Piana Rotaliana, che si rifà a metodi di vinificazione storici per la zona: macerazione di una settimana e almeno un anno in tini di rovere. Un approccio di stampo austro-ungarico che dominava il periodo d’oro della zona (circa 1850-1914), quando il Teroldego era molto richiesto dall’aristocrazia del Mitteleuropa.
Morei invece ha un approccio più analitico, di espressività potenziale del territorio. Assieme a Sgarzon sono due Cru di Teroldego vinificati alla stessa maniera in anfore di terracotta, per avere meno distorsioni possibili sullo sviluppo delle sensazioni e aumentando la diversità delle fermentazioni utilizzando molte anfore di piccola capienza. In questo modo le fermentazioni spontanee dipingono decine di tele diverse, che poi vengono assemblate in un vino-vigneto dopo la permanenza sulle bucce di 9 mesi. Le sfumature tra il più largo e complesso Morei, e il più fresco e verticale Sgarzon, si evolvono in parallelo, aumentando mano a mano la loro diversità.
I due vini del cuore in verità sono due vigneron del cuore. Fabrizio Iuli di Cascina Iuli e Tom Lubbe di Matassa mi hanno fatto capire meglio cosa mi lega all’agricoltura.
Tom è un temerario, prepotente e provocatorio, ma non c’è un momento in cui ho mai dubitato della sua trasparenza e onestà intellettuale. I sui vini sono un modello per la sensibilità che dimostrano, nonostante sia un azienda del Midi e lavori con molte varità aromatiche. Mantenere freschezza ed eleganza non è facile da noi, figuriamoci in quelle circostanze. La sua gestione del punto di raccolta è ammirevole. Un giorno mi ha portato a fare un sopralluogo della sua vigna più alta, esposta verso il mare e con 300 giorni l’anno di vento forte e incessante. Io detesto il vento. Le piante erano sdraiate per terra a stella marina per proteggere i frutti dalla troppa esposizione. Chiesi se aveva senso fare il vino in questa posizione e Tom rispose di no, “ma gli anziani avevano rinunciato a questa parcella e dunque me la regalarono praticamente per deridermi. Per me qui non si tratta di vino ma di farsi rispettare come agricoltore dai locals…vaffanculo, dicevano che era da abbandonare, impossibile farci vino e invece ogni anno gli porto le bottiglie.”
Fabrizio invece per me è un pò come quell’amico che vedi poco ma che ogni volta che lo vedi gli vuoi più bene. I suoi vini sono intrisi di leggerezza elegante. Lui stesso è un leggiadro. Ci sono persone che assomigliano tantissimo ai propri vini e Fabrizio è uno di questi. Vive la vita con un sano fatalismo positivo, che non avevo mai visto prima o che forse si contrappone particolarmente al determinismo serio e intenzionale che si respira dalle mie parti. In una sera di Agosto, il mio amico Ema ed io, passammo una notte intera ascoltare Fabrizio raccontarci le sue storie di caccia. In realtà lui non prende mai nulla, le beccacce sono troppo sveglie e troppo poche, ma il fucile lo porta. Anche il suo cane da caccia ormai punta altro. Fabrizio si incammina per beccacce e torna con tartufi, e va bene così. Anche nella storia di caccia più intensa nel suo racconto, alla fine, non portò a casa nulla. L’orgoglio di portare a casa quello che alla fine la giornata ti regala e non quello che vuole l’essere umano per forza. Mi era sembrata una grande lezione di quieto vivere e di rispetto. Le cose non vanno mai come si vuole e questo è il bello delle cose. Così l’anno dopo quella Slarina da 10,5% di alcol (esile ma raffinatissima), Fabrizio se ne uscì con una da 13.5%…è andata così, come con le beccacce. Dunque alla degustazione mi sono presentato con un Nino 2015, anziché la Slarina…e pazienza se non era il vino che volevo portare di Fabrizio.”

 

 

 

 

STORIE DI VINO

 

Cena N.1 : La naturalezza della tradizione
Carlotta Rinaldi, dell’az. agricola Giuseppe Rinaldi

 

 

 

 “Generalmente i miei vini del cuore diventano tali quando conosco e mi avvicino alla mano che li ha prodotti. Così è successo con i vini di Clemens Busch e di Laura Lorenzo di Daterra Viticultores.
Li ho portati da Battaglino perché ho pensato che per alcuni, al tavolo, sarebbe stata una bella scoperta e, per gli altri, sarebbe stata comunque una bella bevuta!
Tra i vini prodotti dalla mia azienda amo molto la Freisa. È una varietà affascinante: in vigna per la sua rusticità, la sua resistenza e in cantina perché riserva belle sorprese, con l’invecchiamento migliora senza diventare mai troppo seriosa. Tra le varietà di Langa, mi sembra che abbia una sua unicità, una sua “indipendenza”: fa un po’ come le pare, senza mai aver bisogno di troppe cure o attenzioni.
 Questa cosa mi piace.”
Carlotta Rinaldi

 

 

 

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