CENE VINOSE

Le Cene Vinose nascono dalla voglia di parlare di vino attraverso i racconti di chi lo produce o ruota intorno a questo mondo. L’idea è nata da una felice intuizione di Alessandra Castelli e Federico Almondo, amici e collaboratori di Battaglino da molto tempo. A quest’ultimo è affidata anche la regia della serata, con domande e spunti sempre interessanti e stimolantI.
Come funzionano: agli ospiti viene chiesto di portare i loro vini del cuore, normalmente tre – uno di loro produzione (se si tratta di produttori) e gli altri due che abbiano un significato particolare per loro – che vengono abbinati ai nostri piatti. Facciamo sedere intorno ad un grande tavolo amici produttori e chiunque abbia la voglia e l’interesse di esserci per condividere una cena in cui il vino è protagonista. 
Il tutto si traduce in una serata conviviale durante la quale si ha la possibilità di parlare e di bere del buon vino con chi lo vive in prima persona e chi ne è appassionato assaggiando la nostra cucina.

STORIE DI VINO

Cena Vinosa N.4 – 27 giugno 2018

Fernando Principiano dell’omonima Cantina e Christian Bucci di Les Caves de Pyrene

“I tre vini che ho portato sono vini che hanno segnato dei passaggi importanti della mia vita nel vino.

Tutto inizia con il Morgon Cote du Py di Foillard (era un 2001). In quegli anni vivevo a Londra dove lavoravo come sommelier e mi stavo allontanando sempre di più dai vini rossi.
Li trovavo tutti molto alcolici, troppo ricchi e squilibratamente tannici. Un giorno parlai di questo mio malessere con Eric Narioo, fondatore di Les Caves in Uk, e lui mi organizzo per la settimana seguente una degustazione con una decina di vini rossi che, a detta sua, mi sarebbero piaciuti tanto.
Uno di quei vini era, per l’appunto, il Morgon Cote du Py di Foillard. Fantastico. Rimasi colpito da quel vino che riusciva ad abbinare freschezza, complessità, profondità e bevibilità. Inevitabilmente diventò il mio punto di riferimento.

Il Clos de L’Echelier Domaine de Roches Neuves è per me il riferimento per quanto riguarda il mio vitigno preferito. Lo Chenin Blanc.
Le viti sono racchiuse in questo magnifico Clos di oltre 300 anni che affaccia sulla Loira. E’ l’espressione dello Chenin che mi ha fatto perdere la testa: dritto, potente, fruttato. Per di più l’annata portata (la 2013) rappresenta anche l’anno di nascita di Samuele, il mio primo figlio.

Il Savagnin Veine Bleue di Rousset Martin è, invece, il vino che mi ha fatto innamorare dello Jura. Un vino suntuoso prodotto con metodo ouillé (16 mesi in botti colme). Ricco, stratificato e complesso. Probabilmente il vino che porterei con me su un’isola deserta.” – Christian Bucci

STORIE DI VINO

Cena Vinosa N.3 – 19 aprile 2018

Solo Roero Solo Bellezza

Enrico Cauda
Vino del cuore: Vitovska Zidarich 2016

 “La prima Vitovska di Zidarich la assaggiai nel 2018 ed era un 2012; mi piacque moltissimo, ne rimasi affascinato e da allora mi appassionai a quell’idea di vino. Quando sono vinificati bene sono molto profondi, con tantissimi strati, come la roccia che ne caratterizza i suoli, mi sembra che in qualche modo raccontino la storia di questo posto di confine, che non è ne italiano ne slavo e che ha avuto una storia così travagliata.”

Luca Faccenda
Vino del cuore: Pusole Rosè

 “Come collega, per anni avevo assaggiato questo vino da campioni che mi venivano spediti a casa e quindi bevuti in Roero e con uno sguardo “tecnico”. La prima volta invece che ebbi l’occasione di bermi un bicchiere in Sardegna, con i piedi nella vigna di quel vino mi resi conto dell’importanza della connessione con il territorio e il luogo di produzione. Parlando  di vini come qualcosa di vivo, sono convinto che se bevuti nel loro territorio sono in grado di esprimere al meglio il loro potenziale.”

Alberto Oggero
Vino del cuore: Vino di Anna, Palmento rosso

 “E’ il vino che Luca e Carolina (Faccenda) mi fecero trovare sul tavolo alla mia prima cena con Camilla (sua compagna). Non l’avevo mai bevuto e lo trovai super in forma e molto attuale. Allora eravamo all’inizio di questo genere di vini siciliani, beverini, freschi, territoriali e senz’altro buoni.” 

Solo Roero Solo Bellezza

STORIE DI VINO

Cena Vinosa N.2 – 21 marzo 2018

La sensibilità e la creatività del Trentino
Theo Zierock, dell’az. agricola Elisabetta Foradori

“Al Battaglino la richiesta per la degustazione è stata molto più interessante del solito: due vini del cuore e due vini propri.
Noi produciamo principalmente Teroldego e questa è sempre stata la nostra battaglia: generare interesse per salvare una verità storica, che la valle dell’Adige è una zona di varietà a bacca rossa. I “bianchi del Trentino” sono stati una trovata intelligente per inondare il mercato italiano, ma questo processo iniziò nel secondo dopoguerra.
Morei e Foradori sono due interpretazioni opposte della stessa varietà. Il Foradori è un assemblaggio di vigneti sparsi nella Piana Rotaliana, che si rifà a metodi di vinificazione storici per la zona: macerazione di una settimana e almeno un anno in tini di rovere. Un approccio di stampo austro-ungarico che dominava il periodo d’oro della zona (circa 1850-1914), quando il Teroldego era molto richiesto dall’aristocrazia del Mitteleuropa.
Morei invece ha un approccio più analitico, di espressività potenziale del territorio. Assieme a Sgarzon sono due Cru di Teroldego vinificati alla stessa maniera in anfore di terracotta, per avere meno distorsioni possibili sullo sviluppo delle sensazioni e aumentando la diversità delle fermentazioni utilizzando molte anfore di piccola capienza. In questo modo le fermentazioni spontanee dipingono decine di tele diverse, che poi vengono assemblate in un vino-vigneto dopo la permanenza sulle bucce di 9 mesi. Le sfumature tra il più largo e complesso Morei, e il più fresco e verticale Sgarzon, si evolvono in parallelo, aumentando mano a mano la loro diversità.
I due vini del cuore in verità sono due vigneron del cuore. Fabrizio Iuli di Cascina Iuli e Tom Lubbe di Matassa mi hanno fatto capire meglio cosa mi lega all’agricoltura.
Tom è un temerario, prepotente e provocatorio, ma non c’è un momento in cui ho mai dubitato della sua trasparenza e onestà intellettuale. I sui vini sono un modello per la sensibilità che dimostrano, nonostante sia un azienda del Midi e lavori con molte varità aromatiche. Mantenere freschezza ed eleganza non è facile da noi, figuriamoci in quelle circostanze. La sua gestione del punto di raccolta è ammirevole. Un giorno mi ha portato a fare un sopralluogo della sua vigna più alta, esposta verso il mare e con 300 giorni l’anno di vento forte e incessante. Io detesto il vento. Le piante erano sdraiate per terra a stella marina per proteggere i frutti dalla troppa esposizione. Chiesi se aveva senso fare il vino in questa posizione e Tom rispose di no, “ma gli anziani avevano rinunciato a questa parcella e dunque me la regalarono praticamente per deridermi. Per me qui non si tratta di vino ma di farsi rispettare come agricoltore dai locals…vaffanculo, dicevano che era da abbandonare, impossibile farci vino e invece ogni anno gli porto le bottiglie.”
Fabrizio invece per me è un pò come quell’amico che vedi poco ma che ogni volta che lo vedi gli vuoi più bene. I suoi vini sono intrisi di leggerezza elegante. Lui stesso è un leggiadro. Ci sono persone che assomigliano tantissimo ai propri vini e Fabrizio è uno di questi. Vive la vita con un sano fatalismo positivo, che non avevo mai visto prima o che forse si contrappone particolarmente al determinismo serio e intenzionale che si respira dalle mie parti. In una sera di Agosto, il mio amico Ema ed io, passammo una notte intera ascoltare Fabrizio raccontarci le sue storie di caccia. In realtà lui non prende mai nulla, le beccacce sono troppo sveglie e troppo poche, ma il fucile lo porta. Anche il suo cane da caccia ormai punta altro. Fabrizio si incammina per beccacce e torna con tartufi, e va bene così. Anche nella storia di caccia più intensa nel suo racconto, alla fine, non portò a casa nulla. L’orgoglio di portare a casa quello che alla fine la giornata ti regala e non quello che vuole l’essere umano per forza. Mi era sembrata una grande lezione di quieto vivere e di rispetto. Le cose non vanno mai come si vuole e questo è il bello delle cose. Così l’anno dopo quella Slarina da 10,5% di alcol (esile ma raffinatissima), Fabrizio se ne uscì con una da 13.5%…è andata così, come con le beccacce. Dunque alla degustazione mi sono presentato con un Nino 2015, anziché la Slarina…e pazienza se non era il vino che volevo portare di Fabrizio.”

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